Cosa raccontano le Note di Viaggio

Prima di tutto un desiderio, forte, che hanno tutti quelli che partono: scoprire qualcosa. Un senso di mistero avvolge sempre chi si mette in moto: viaggia verso paesi nuovi, ma anche in un libro, in un immagine o dentro la musica.

Mario Brunello, l’anno scorso, ispirato da “Le vie dei canti” di Chatwin, ha iniziato a percorrere alcune vie musicali, partendo dalla frontiera orientale, passando dal Nord Europa, fino all’Australia. Mai da solo. Con lui e la sua orchestra, di youporn volta in volta, sono partiti compositori, scrittori, viaggiatori, giornalisti e fotografi. Per prendere appunti, e coinvolgere il pubblico. Poi sono tornati a casa, nel cuore del vecchio continente, contenti, perché le note erano piene di schizzi, appunti e tanta, tanta musica, ma con in testa un nuovo viaggio. E nuovi compagni. Le tappe sono Inghilterra, Spagna, Francia, Sud America e Ritorno, come sempre. Poi ci siamo noi, della Scuola Holden, che per mestiere insegniamo a narrare. Che vuol dire molte cose: un film, una poesia, un cartoon, un romanzo, un articolo di cronaca, uno spot. Adesso, proviamo a narrare un concerto.

Il progetto ruota intorno a un meccanismo di sguardo che si ripete in ciascun concerto. Non un filo rosso dunque, ma uno sfogliare appunti.

L’idea è quella di raccontare immagini e storie che rimandino anche per contrasto o suggestione alle musiche. Incastonati dentro ogni concerto, in modo tale che non siano nè un viatico nè un punto di arrivo, i racconti saranno a loro volta un suggerire, un ricordare o anche solo una nota a piè di pagina.

Ci servono due voci, perché ogni viaggio è dedicato a un luogo fisico, paese o Heimat, ma anche a un tempo preciso, dall’Inghilterra dei Beatles alla Francia di Honneger, dall’America Latina di Ginastera e Villa Lobos alla Spagna di De Falla e Garcia Lorca. E ci servono due sguardi, perché non vogliamo dimenticare l’oggi, il tempo presente. C’è un ultima cosa che ci sta a cuore: alla Holden crediamo nei maestri. Tanti, e diversi tra loro. Così in questo progetto abbiamo pensato di affiancare ex-allievi della scuola a ospiti riconosciuti. Saranno con noi Stefano Benni, Alessandro Baricco, Dario Voltolini, Milena Gabanelli e Antonio Serra. Sarà loro compito raccontarci un ricordo, un libro, un fatto o comunque una storia che si leghi al luogo, ma che rinvii ai nostri giorni. I “giovani” invece, scriveranno cinque racconti originali, uno per ogni luogo, prendendo spunto da una fotografia che rappresenti il tema e il tempo del concerto.

Due sguardi messi a confronto. Alla Scuola Holden spetta il compito di suggerirli, inventarli, raccordarli sia dal punto di vista drammaturgico sia del punto di vista teatrale. Note di viaggio nella musica e nei luoghi, ma anche nelle immagini e nelle storie.

Alla grande di Cristiano Cavina

La storia
Casola Valsenio, Romagna.
In viale Neri, in cima alla salita del viale delle Rimembranze, ci sono le case popolari.
Ci abitano il Mago Mammola, con le gambette arrossate e piene di lividi; e Mone, che non vuole che lo guardi quando scende le scale.
E Noemi la matta, che le porta da mangiare la panda dell’assistenza sociale.
Ci abita soprattutto Bastiano Casaccia, detto anche Bla.
Di babbo si sa poco o nulla, mamma è una tigre che nasconde un agnello, nonna e la gatta giocano a fare i soprammobili.
Una peste, Bastiano: un dolce pirata, un po’ ingenuo ma pieno di grinta, e leale.
Pensieri limpidi, quelli di Bastiano, ma il cuore batte per le malefatte di zio Paolo, fuggito in Germania dopo un clamoroso furto di pellicce.
Sfreccia per il paese con la bicicletta – la sua Turboberta – come cavalcasse una pallottola.
E stupirà tutti, di questo è sicuro, costruendo un favoloso sommergibile, alla faccia di Mirko Contoli, piagnone e riccastro rivale in amore.
Ma nel mondo grandioso e avvincente di Bastiano si nasconde un’insidia.
Qualcosa nascosto dentro di lui.
Un ostacolo oscuro, un nemico assoluto che occorre affrontare.

L’origine di un’idea
Non è sempre facile scoprire da dove nascono le storie che uno racconta. Sandro Veronesi ha scritto una volta che lui sa benissimo perché scrive, cosa lo spinge a scrivere, ma il perché scriva proprio una certa storia invece di un’altra, non l’ha ancora capito.
Nel caso di questo libro, però, io un’idea ce l’ho. Nel senso che non ho dovuto immaginare quasi niente, a livello di trama o di personaggi. Era tutto lì, sotto i miei occhi, o meglio, lo era stato anni fa. Il personaggio principale del libro, Bastiano Casaccia, potrei essere stato benissimo io, o uno qualunque dei miei amici di allora. Molte cose che succedono nel libro sono accadute realmente, o le ho viste accadere.
A undici anni, con i miei amici, volevo veramente costruire un sommergibile per recuperare il tesoro in fondo al lago. I nomi dei personaggi del romanzo, sono i nomi o i soprannomi veri dei miei amici, a parte un paio che ho cambiato per non urtare alcune persone del mio paese.
Nel libro, il tesoro del lago è un sacco del pattume pieno di spiccioli, gettato lì da un ragazzo tossicodipendente che abita vicino al protagonista. Non è vero, nella realtà. Però quel ragazzo esiste davvero, è un mio amico, e ha lo stesso soprannome del libro, il Mago Mammola. E’ un ragazzo che è sopravvissuto a tante cose bruttissime, dolcissimo, e quando ho riletto il libro, ho scoperto che praticamente gli stavo dicendo: ‘Ti voglio bene, Mammola, ti vogliamo tutti bene’.

L’infanzia come ‘epica’
Io scrivo di quello che so. Non riesco, non riesco ancora almeno, a inventare tutto di sana pianta. Qualche cosa sì, almeno quello che mi serve per rendere ‘epico’ il mio racconto, o commovente, o divertente. La realtà, riportata in presa diretta, non è un granché, come lettura.
Quindi, non c’è stata una suggestione particolare; avevo tutta la mia infanzia davanti agli occhi, da cui attingere.
E’ un lavoro che ho cominciato un po’ di anni fa, e credo che questo libro sia la meta finale. In vari racconti, e prima ancora in un altro romanzo pubblicato nel ’98, ho scritto quello che mi interessava scrivere su quel periodo. ‘Alla grande’ è la summa, credo.

Dall’idea al romanzo
Il problema più grande è stato trovare lo sguardo giusto da cui guardare quegli anni, gli attrezzi migliori per riportare tutta la magia che avevo attorno. Le prime tre pagine del romanzo le ho scritte due anni prima di scrivere il resto. Le avevo scritte per una esercitazione della Holden, non avevano neanche un titolo.
Sono rimaste a girare nella mia testa per tutto quel tempo, finchè non sono finite in bocca a Bastiano Casaccia. Lui aveva lo sguardo giusto, un suo modo particolare di guardare il mondo che lo circondava, e una volta che ha iniziato a parlare, non si è più fermato.
Ho scritto il romanzo in dieci giorni, tranne il finale, le ultime dieci pagine più o meno, che ho scritto dopo che la Marcos y Marcos aveva deciso di pubblicare il romanzo. Non ho riscritto praticamente niente. Sono un disastro, grammaticalmente, e spesso uso parole che esistono solo in Romagna e che mi tocca cambiare (parlo spesso in dialetto, quando sono a casa, e a volte mi confondo), ma grazie a dio ho una buona prima stesura, e raramente ne faccio altre. Una volta finito il libro, mi sono sentito in pace, come se avessi terminato una cosa che andava assolutamente fatta. I fantasmi buoni hanno smesso di venirmi a trovare a ogni ora del giorno.
Il mio occhio si è potuto così rivolgere da un’altra parte, e non succedeva da tempo.

La scrittura
So perché ho scritto questo libro, così come Veronesi sa perché scrive i suoi; primo, perché non ne posso fare a meno. Scrivere è una cosa che mi appartiene, come le braccia e le gambe; dove vado io, lei è sempre lì con me, anche quando non ho una macchina da scrivere nei paraggi. Fa parte dei miei pensieri, ogni giorno. Forse è poco elegante, ma provo a spiegarlo così; è come fare la pipì, ogni tanto mi scappa. Non posso farci niente.
Secondo, ho scritto questo libro per salvare il bambino che ero, e gli amici che avevo, e per dire a tutti quanto amo mia madre. Ora, tutte queste cose non si perderanno mai. In più, ho raccontato un luogo, Casola Valsenio, un paese di 3000 persone, che nessun altro, al momento, ha mai raccontato. Esiste fuori dai suoi confini tramite le pagine del libro; quella Casola lì, non finirà mai, adesso. Non lo dico per vantarmi. Io sono solo lo strumento.
Come Primo Levi, nella Tregua, che parla del bambino nato e morto nel campo di concentramento: ‘Nulla è rimasto di lui. Egli vive solamente attraverso le mie parole’.
Per me scrivere è un atto d’amore verso quelle persone che mi stanno intorno da una vita, tutto qua.
Non è retorica. E’ che non ho avuto nient’altro nella vita, se non quelle persone splendide e quel luogo magico che è Casola Valsenio. Ho scritto ‘Alla grande’ per dire grazie a tutti, e per chiedere perdono delle cose brutte che ho fatto.

Al via la nuova rassegna di film per i soci Filofestival!

Dal genere al de-genere: film “svisti” e fuori canone è il titolo della rassegna cinematografica organizzata dall’Associazione Filofestival in collaborazione con il Cinema Mignon. Il tradizionale appuntamento al cinema per i soci di Filofestival quest’anno non è solo occasione di incontro. La rassegna proposta vorrebbe essere un primo approccio concreto al discorso teorico intorno al genere (de genere).

Passato il tempo in cui era la diffidenza a prevalere, dato che il cinema di genere s’identificava con la produzione commerciale, ora è possibile cambiare ottica. Il citazionismo post-moderno ha, del resto, rimesso tutto in discussione. I titoli qui raccolti costituiscono una campionatura recente e – crediamo – paradigmatica della tendenza a riferirsi ad un sistema convenzionale con l’obiettivo però di scardinarlo.

Che sia il road-movie o il poliziesco, la commedia sentimentale o il thriller, il racconto di formazione o il fantasy, non cambia l’intento degli autori di deformare il genere di riferimento, slabbrarne i contorni, sovvertire le regole e con esse le aspettative del pubblico. Se poi si gioca alla ibridazione, tematica e stilistica, a costituire l’oggetto della rappresentazione contribuisce pure il discorso sul genere (o sui generis?). Senza generalizzare né de-generare, proponiamo questi film alla visione e, perché no, alla riflessione. Una eventuale riflessione sulla forma, ancor più che sul contenuto. Buona visione.

Il calendario degli appuntamenti
13 Aprile SE MI LASCI TI CANCELLO Regia di Michel Gondry. Con Jim Carrey, Kate Winslet, Kirsten Dunst, Mark Ruffalo. Usa 2004. Se una storia d’amore finisce, è possibile dimenticare? Lo sceneggiatore Charlie Kaufmann costruisce un testo a scatole cinesi, in cui l’interiore e l’esteriore si scambiano di continuo, polverizzando ogni assunto del cinema sentimentale. [Oscar per la sceneggiatura originale]

20 Aprile LES CHORISTES – I RAGAZZI DEL CORO Regia di Christophe Barratier. Con Gérard Jugnot, François Berlèand, Jacques Perrin. Francia 2004. Un nuovo insegnante, un severo istituto di rieducazione, il bel canto: la commistione del film musicale con la più consueta tipologia scolastica ricostruisce la vita di un gruppo di ragazzi secondo uno schema lontano dalla biografia di genere.

27 Aprile DONNIE DARKO Regia di Richard Kelly Con Jake Gyllenhaall, Jena Malone, Patrick Swayze, Drew Barrymore. Usa 2004. Un adolescente che si sente “diverso”, per crescere non può che sdoppiarsi – nel tempo e nello spazio. Utilizzando gli elementi tipici del fantasy e dell’horror, si declina in modo davvero eccentrico il paradigma del racconto di formazione.

4 Maggio 36 QUAI DES ORFÈVRES Regia di Olivier Marchal. Con Daniel Auteuil, Gérard Depardieu, André Dussolier. Francia 2004. Il poliziesco di tradizione francese (il “polar”) ottiene qui un robusto aggiornamento basato sul forte realismo e sull’acre contrasto fra i due personaggi principali; ne deriva che legalità e crimine si confondono al cospetto della prassi.

11 Maggio SIDEWAYS Regia di Alexander Payne Con Paul Giamatti, Thomas Haden Church, Virginia Madsen, Sandra Ho. Usa 2004. Due amici si mettono in viaggio per festeggiare l’addio al celibato di uno di loro; ma usciranno di strada, incerti sulla direzione (esistenziale) da prendere. Loro complice è il vino californiano – in senso reale e metaforico. [Oscar per la sceneggiatura non originale]

18 Maggio MA QUANDO ARRIVANO LE RAGAZZE Regia di Pupi Avati. Con Claudio Santamaria, Paolo Briguglia, Vittoria Puccini, Johnny Dorelli. Italia 2005. La passione per la musica può non coincidere con il talento; allo stesso modo l’amore non è mai a senso unico. Avati aggiunge al suo romanzo cinematografico sui riti di passaggio un nuovo capitolo, in cui i livelli musicale e sentimentale si contaminano a vicenda.

25 Maggio CRIMEN PERFECTO – FINCHE’ MORTE NON LI SEPARI Regia di Alex de la Iglesia. Con Guillermo Toledo, Monica Cervera, Luis Varela. Spagna 2004. Variazione primaria del grottesco nell’unità di luogo simbolo dell’odierno consumismo, il supermercato e, dunque, rilettura irresistibile di convenzioni cinematografiche e non solo. È il paradosso finale di un film godibile, assolutamente de-genere.

Spettacoli ore 16.30 e 21.15 Si raccomanda la puntualià: non è consentito l’accesso in sala a proiezione iniziata. Ingresso riservato ai soli soci. Tessera di abbonamento: 22 euro Informazioni e prevendita presso: Associazione Filofestival