CasolaValsenio_frana

Alla grande di Cristiano Cavina

La storia
Casola Valsenio, Romagna.
In viale Neri, in cima alla salita del viale delle Rimembranze, ci sono le case popolari.
Ci abitano il Mago Mammola, con le gambette arrossate e piene di lividi; e Mone, che non vuole che lo guardi quando scende le scale.
E Noemi la matta, che le porta da mangiare la panda dell’assistenza sociale.
Ci abita soprattutto Bastiano Casaccia, detto anche Bla.
Di babbo si sa poco o nulla, mamma è una tigre che nasconde un agnello, nonna e la gatta giocano a fare i soprammobili.
Una peste, Bastiano: un dolce pirata, un po’ ingenuo ma pieno di grinta, e leale.
Pensieri limpidi, quelli di Bastiano, ma il cuore batte per le malefatte di zio Paolo, fuggito in Germania dopo un clamoroso furto di pellicce.
Sfreccia per il paese con la bicicletta – la sua Turboberta – come cavalcasse una pallottola.
E stupirà tutti, di questo è sicuro, costruendo un favoloso sommergibile, alla faccia di Mirko Contoli, piagnone e riccastro rivale in amore.
Ma nel mondo grandioso e avvincente di Bastiano si nasconde un’insidia.
Qualcosa nascosto dentro di lui.
Un ostacolo oscuro, un nemico assoluto che occorre affrontare.

L’origine di un’idea
Non è sempre facile scoprire da dove nascono le storie che uno racconta. Sandro Veronesi ha scritto una volta che lui sa benissimo perché scrive, cosa lo spinge a scrivere, ma il perché scriva proprio una certa storia invece di un’altra, non l’ha ancora capito.
Nel caso di questo libro, però, io un’idea ce l’ho. Nel senso che non ho dovuto immaginare quasi niente, a livello di trama o di personaggi. Era tutto lì, sotto i miei occhi, o meglio, lo era stato anni fa. Il personaggio principale del libro, Bastiano Casaccia, potrei essere stato benissimo io, o uno qualunque dei miei amici di allora. Molte cose che succedono nel libro sono accadute realmente, o le ho viste accadere.
A undici anni, con i miei amici, volevo veramente costruire un sommergibile per recuperare il tesoro in fondo al lago. I nomi dei personaggi del romanzo, sono i nomi o i soprannomi veri dei miei amici, a parte un paio che ho cambiato per non urtare alcune persone del mio paese.
Nel libro, il tesoro del lago è un sacco del pattume pieno di spiccioli, gettato lì da un ragazzo tossicodipendente che abita vicino al protagonista. Non è vero, nella realtà. Però quel ragazzo esiste davvero, è un mio amico, e ha lo stesso soprannome del libro, il Mago Mammola. E’ un ragazzo che è sopravvissuto a tante cose bruttissime, dolcissimo, e quando ho riletto il libro, ho scoperto che praticamente gli stavo dicendo: ‘Ti voglio bene, Mammola, ti vogliamo tutti bene’.

L’infanzia come ‘epica’
Io scrivo di quello che so. Non riesco, non riesco ancora almeno, a inventare tutto di sana pianta. Qualche cosa sì, almeno quello che mi serve per rendere ‘epico’ il mio racconto, o commovente, o divertente. La realtà, riportata in presa diretta, non è un granché, come lettura.
Quindi, non c’è stata una suggestione particolare; avevo tutta la mia infanzia davanti agli occhi, da cui attingere.
E’ un lavoro che ho cominciato un po’ di anni fa, e credo che questo libro sia la meta finale. In vari racconti, e prima ancora in un altro romanzo pubblicato nel ’98, ho scritto quello che mi interessava scrivere su quel periodo. ‘Alla grande’ è la summa, credo.

Dall’idea al romanzo
Il problema più grande è stato trovare lo sguardo giusto da cui guardare quegli anni, gli attrezzi migliori per riportare tutta la magia che avevo attorno. Le prime tre pagine del romanzo le ho scritte due anni prima di scrivere il resto. Le avevo scritte per una esercitazione della Holden, non avevano neanche un titolo.
Sono rimaste a girare nella mia testa per tutto quel tempo, finchè non sono finite in bocca a Bastiano Casaccia. Lui aveva lo sguardo giusto, un suo modo particolare di guardare il mondo che lo circondava, e una volta che ha iniziato a parlare, non si è più fermato.
Ho scritto il romanzo in dieci giorni, tranne il finale, le ultime dieci pagine più o meno, che ho scritto dopo che la Marcos y Marcos aveva deciso di pubblicare il romanzo. Non ho riscritto praticamente niente. Sono un disastro, grammaticalmente, e spesso uso parole che esistono solo in Romagna e che mi tocca cambiare (parlo spesso in dialetto, quando sono a casa, e a volte mi confondo), ma grazie a dio ho una buona prima stesura, e raramente ne faccio altre. Una volta finito il libro, mi sono sentito in pace, come se avessi terminato una cosa che andava assolutamente fatta. I fantasmi buoni hanno smesso di venirmi a trovare a ogni ora del giorno.
Il mio occhio si è potuto così rivolgere da un’altra parte, e non succedeva da tempo.

La scrittura
So perché ho scritto questo libro, così come Veronesi sa perché scrive i suoi; primo, perché non ne posso fare a meno. Scrivere è una cosa che mi appartiene, come le braccia e le gambe; dove vado io, lei è sempre lì con me, anche quando non ho una macchina da scrivere nei paraggi. Fa parte dei miei pensieri, ogni giorno. Forse è poco elegante, ma provo a spiegarlo così; è come fare la pipì, ogni tanto mi scappa. Non posso farci niente.
Secondo, ho scritto questo libro per salvare il bambino che ero, e gli amici che avevo, e per dire a tutti quanto amo mia madre. Ora, tutte queste cose non si perderanno mai. In più, ho raccontato un luogo, Casola Valsenio, un paese di 3000 persone, che nessun altro, al momento, ha mai raccontato. Esiste fuori dai suoi confini tramite le pagine del libro; quella Casola lì, non finirà mai, adesso. Non lo dico per vantarmi. Io sono solo lo strumento.
Come Primo Levi, nella Tregua, che parla del bambino nato e morto nel campo di concentramento: ‘Nulla è rimasto di lui. Egli vive solamente attraverso le mie parole’.
Per me scrivere è un atto d’amore verso quelle persone che mi stanno intorno da una vita, tutto qua.
Non è retorica. E’ che non ho avuto nient’altro nella vita, se non quelle persone splendide e quel luogo magico che è Casola Valsenio. Ho scritto ‘Alla grande’ per dire grazie a tutti, e per chiedere perdono delle cose brutte che ho fatto.

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